giovedì 22 marzo 2018

Mattoni

La voglia di scrivere mi ha preso mentre faccio un back up di un database per estrarre dati con SQL.

Questa è sostanzialmente la grande contraddizione di una vita merdosamente bugiarda. Relegare la voglia ad una fessura tra un mattone ed un altro. 
Finché qualche mattone non casca e ti frantuma l'alluce.

Da qualche parte tutto questo furore deve trovare una via d'uscita. Esisterà una illusione più duratura su cui poggiare la necessità di risparmiare se stessi all'atroce di destino di sentirsi un ingranaggio senza molta importanza sul cui capo poter pisciare senza alcuna coscienza?

Quando questa illusione era la voglia di pace, di stabilità e la rincorsa furente verso la normalità, questa epifanica rincorsa raccoglieva tutte le macerie facendone un ponte che si costruiva verso una direzione, una lotta, un senso per cui vivere.

Poi l'approdo. Poi il nulla.
Poi la gabbia senza serrature, spalancata, ma avvolgente, senza lati e pavimenti, senza soffitto, senza corridoi, senza spigoli a sancirne l'inizio e decretarne la fine.

Poi la telefonata che mi chiede di riaprire una piccola oasi verso quel mondo probabilmente e inconsciamente ripudiato dove le sbarre eterne che si perdono alla mia metalmeccanica vista, si ritravestono da rovi da insonnia permanente. Con la puzza dell'erbaccia selvaggia, con la merda di un'insoddisfazione che, cazzo, ci rendeva liberi e infiniti. E le pioggie di lacrime avare, di singhiozzi sotterrati che bruciavano dentro una camera dove adesso non riposa neanche una spiga di graminacea avariata.
Quelle notti senza tregua, con una rabbia che scavava dentro i condotti dell'inspiegabile che divorava i minuti rincorrendo e mandando a fanculo le alzatacce e i richiami di un mondo abissalmente distante e senza importanza.
Quando mancavi tu, e l'insignificante meravigliosa voragine che hai originato in questo animo senza riparo e senza sostanza.
Tu che rappresenti l'epilogo di ogni premessa che tenta di rabberciare l'esistenza in poche frasi che possano emanciparla dalla sua acclarata inutilità.
Tu che sei lo specchio nel quale vado a riprendere immagini di ponti e vallate, di arcobaleni e banchetti tra i profumi dei fiori, e le primavere senza solstizi a invertirne le rotte, e venti che solo accarezzano e non conoscon la furia, e parole spente, ed abbracci senza voglia di disciogliersi... e i soliti racconti di questo sentimento senza contorno, senza dichiarazione alcuna, libero da promesse e doveri, da resoconti e serrature dalla toppe polverose.
Così libero da isolarmi in questo silenzio da te che vivi in una lontananza che è il tuo mondo per me inaccessibile. 
Così libero da impreziosirsi di tante, tansissime cazzate asservite alla costruzione di un altro equilibrio tra la tua instancabile fuga, e la mia caparbia e silenziosa attesa di poterti incrociare in fondo a chissà quale vicolo di questa insondabile e incomprensibile vita.

E qualunque cosa scriverò saranno solo illusori mattoni di carta, gradini di struggente ansia infuocata, per costruire ponti protesi verso il nulla, dispersi verso direzioni sconosciute, alla sola ricerca di te.

domenica 25 febbraio 2018

Infrante

Non mi credo. No, non mi ascolto neppure.

Questo odore di tartufo non l'avevo mai sentito prima d'ora, sono anni che non sniffo più il gusto dell'aria, e tutto mi è così profondamente nuovo e irriconoscibile.
Non sono poi così certo di volerla questa linearità esistenziale così ordinatamente dipanata in via del tutto elusiva, senza aver posto il mio esplicito consenso.

Capisco quando mi parli di incomprensibili muri e di fessure ingestibili. 
Capisco quando mi giudichi indegno di capire e di esserci.

Quando cominci qualunque gioco quella partita resta aperta per sempre, oltre qualsiasi rinuncia, oltre qualsiasi subentro, oltre la coltre di affanni con cui raffreddiamo la febbre che ci divora inesorabilmente.
Come quell'ultima sigaretta che ho dedicato all'angoscia di non averti vista. Prima dello schianto con tutti i miei confusi trapassati che si accanivano a confondere le nevrosi delle notti insonni e senza alcuna pace.

E questa puzza. Di catrame e odio. Perchè anche se hai smesso, resti un fumatore nell'anima. E certe volte manca. Cazzo se manca.

Partite aperte, infinite. Infrante.

martedì 13 febbraio 2018

Rastrellando a zonzo

Appunti per personaggi di un libro che non sarà mai scritto. Lungo un viaggio che rielabora la coscienza per poi terminare in uno schianto.
E quando passerà la polvere sollevata dall'impatto brusco, non resterà che nulla. Tutto resterà immutato. 
Esistono forze inscalfibili.
Occorre un fortissimo senso di colpa, profondo e inestricabile, per poter ammettere e sopportare immensi dolori.
La colpa può essere la salvezza che dà un senso al futuro, perché adisce alla riabilitazione, auspica una riconciliazione col male. Attende di essere riempito, il vuoto della colpa.
E senza la colpa, una colpa qualsiasi che possiamo sempre attribuirci a caso, non si riuscirebbe a dare un senso a tanto dolore. Si potrebbe perfino impazzire. 
Perché non sono solo scelte sbagliate, non sono le rinunce e i sacrifici vanificate dal destino. No, sono solo conseguenze della nostra natura che, alla fine, sembrano quasi giustificate, accolte, benvenute. Protette gelosamente contro i guizzi improvvisi di felicità inappropriata.

Eppure ogni istante la mia mente ti osserva e ti racconta parole inesistenti e sconosciute all'alfabeto della colpa. 
Trascorrerà del tempo per dare un peso a questa rivoluzione piccola piccola. Dovrà raddoppiarsi il tempo e la durata di questa speranza per soverchiare il vuoto imposto da questa colpa.
Si aggiungerà un solo attimo in più per vincerela resistenza della tua colpa.
E poi mi ritroverai in fondo a questa lunga strada, con un pochino di affanno, a rivelarti che, in fondo, valeva sempre aspettarti, qualunque fosse la strada.

giovedì 8 febbraio 2018

Think twice

Lo so.
Se ci fosse un processo con il quale ci sarebbe la possibilità di ripensarci,
mi sarei già sicuramente suicidato.

martedì 9 gennaio 2018

Character

La paura. Ho in mente una sceneggiatura che parli di paura. Quella cosa che ti arresta ogni intento, che ti affanna in pianura, che trasforma la nebbia d'un gennaio umido in un muro senza dimensioni. Ogni punto d'aria sembra uno spigolo pronto a ferirti con urti e lividi senza colpa.

La paura che protegge, coccola, rassicura come una gabbia nella quale sentirsi sovrani.
La paura che ci assilla col suo smisurato vuoto che si fonde nelle ombre di ogni impegno massacrante con cui falcidiamo i nostri giorni senza un forse.

La paura che rafforza l'illusione di un equilibrio ritrovato che è solo un pensiero allontanato nello spazio e nel tempo di un sacco di angosce e promesse infrante a cui non abbiamo imparato a volgere uno sguardo pulito.

La paura di una scelta che irrompe a sciogliere i nodi dai nostri certi ormeggi, al riparo nella risacca della noia, svelando il volto banale e candido dell'inesorabile.

Inizia il nuovo anno con questa straripante voglia. Unico respiro di pace; una pace che sembrava possibile al realizzarsi di piccoli traguardi, e che si infrange non appena ogni méta si nasconde alle spalle della successiva.
E s'allontana.
Come te, che ogni giorno ti mascheri da questa angoscia, e in quella paura ti rifugi, al riparo da ogni possibile gioia.

mercoledì 27 dicembre 2017

Quella pagina che urla

No, non c'è abbastanza spazio per la tenace fedeltà a propositi di rango inferiore. 
Non mi troverete in fondo a nessuna delle ore che si farà viva dopo il tramonto. 
Lei, io, la stavo aspettando da sempre.
Ogni mio puerperio vagito, ogni adolescenziale inganno, ogni adulta illusione la raccontava in tutte le sue mirabili vesti.
Ogni parola posata con attenzione su queste pagine che urlano l'ha corteggiata, sovente accostandola all'amore, al rimpianto, alla speranza, alla fiducia maldestra di chi resta qui a sopravvivere.
Mi stava solo aspettando con la pazienza delle cose imperiture. 
Vestita di bianco tra colonne erette verso volte invisibili. 
Aveva un volto gentile, e l'ho amata come il desiderio più atroce che si possa serbare. Ed è giunta con la tempesta che non lascia alcuna memoria della rivoluzione appena compiuta.
A svuotare con le vene della colpa ogni brandello residuo di questi fottutissimi giorni.
Dama di una smisurata solitudine, sei ciò che più amerò tra le squame di questo cuore senza alcun calore né gelo.
Pallida indifferenza che soffoca ogni attrito che non si traveste per la sfarzosa parata di questa abominevole farsa.
Mi hai accarezzato con la più autentica delle dolcezze, e m'hai fatto assaggiare più delle molliche di infinito servite al reietto banchetto della vita.
M'hai tenuto stretto come se volessi restituirmi ogni pensiero che t'ho rivolto dacché esisto, con la gratitudine che è propria delle cose giuste.
E m'hai donato il tuo sguardo saturo d'affetto, che è l'immagine della fine di ogni sostanza e della sua ombra.
Ed io non sarò mai colui che sono mai stato.
Avresti dovuto portarmi lontano con te.

domenica 17 dicembre 2017

Nascosti

- Credi che possano riconoscermi se indosso questo berretto?
- Forse..
- Non ho più dei capelli che restano impressi nella mente della gente. Sono corti ed anonimi.
- Son belli comunque. E non sono corti. Comunque no. Non rischiamo.
- Non rischiamo.
- Non rischiamo, potrebbero vederci. Lo sai che non sarebbe giusto.
- Le gente non bada noi.
- Non ne sono certa.
- Da chi ci stiamo nascondendo?
- Ci nascondiamo dalle chiacchiere che ci farebbero del male.
- Anche sottrarci alla luce ci fa del male.
- No, Alcor, no.
- Da chi ci stiamo nascondendo?
- Lo sai.
- Ci stiamo nascondendo da noi stessi. Ci stiamo mischiando alla polvere del tappeto che avvolge le mattonelle rotte delle nostre paure.
- Resta qui, in questa gabbia.
- Non parlo.
- Non parlare Alcor.
- Non voglio raccontarci.
- Non esistiamo se non nelle elucubrazioni della tua noia domenicale.
- Perché fuori fa freddo.
- Perché non sei ancora pronto per uscire, torna qui, nella gabbia.
- Non riesco a camminare sù per il bosco.
- Dormi qui, Alcor.