lunedì 30 novembre 2015

La sposa dal vestito rosso

Entrò nella metropolitana appena in tempo, tirando via con un guizzo pezzi del suo vestito rosso dalla morsa delle porte automatiche.
Si guardò attorno con la stessa aria attonita di chi approda per il primo attimo in una terra straniera, e ne viene assalito dall'odore, dalle abitudini incrostate sulle pareti delle strade, e dalla lingua a tratti ostile.
Rimase in piedi senza scomporsi, con un equilibrio sinuoso che sembrava aderire all'inerzia della carrozza che riprendeva la sua corsa.
Guardava a terra, come se stesse tentando di ricordare qualcosa, e dopo che il treno si rimise in cammino si sedette. La sua espressione si indirizzava verso un punto indefinito nascosto oltre quello che il suo sguardo poteva incontrare alla sua sinistra, laddove sembravano posarsi apparentemente i suoi occhi.
Non aveva nulla con sé, se non un piccolo mazzetto di rose rosse tagliate corte al gambo.
La carrozza era quasi vuota, e lei la riempiva con la sua sagoma fulminante.

Il suo respiro sembrava interrompersi in brevi apnee e la sua postura era quella di chi sembrava pronta a fuggire all'istante, il suo sguardo tradiva la volontà di non cercare più nulla. Sarebbe stato necessario osservarla con precisa attenzione, senza farle accorgere di fissarla, per accorgersi che la sua mano stretta intorno alla barra di sostegno della metro, tremava impercettibilmente.

Quasi al ritmo di quel respiro interrotto, il ritmo del suo tremore sembrava quasi contaminare l'intero treno, espandendosi, come a volersi connettere con i tremori di tutto l'universo che timidamente provava a contenere la sua primordiale esplosione, e riempire i confini della sua vita.
Per un attimo il suo sguardo s'alzò tra le ciocche di capelli rosso scuro. I suoi occhi sembravano segnati da un pianto lontano che riciclava in ogni nuova lacrima l'eco di un'angoscia latente. Di quella risonanza passata però adesso sembrava disciogliersi solo una voglia infinita di restare al mondo, di attraversarlo con tutta la sua trascinante bellezza, e di cambiarne l'aspetto per renderlo a immagine e proiezione della vita immensa che aveva contenuta dentro di lei.

S'alzò all'improvviso e nel compiere un altra tappa della sua sconosciuta fuga, un frammento del suo sguardo mi ricadde addosso, e mi sentii bagnato dallo scrosciare dei suoi movimenti.
Sorrideva.
Uscì e provai a inseguire con lo sguardo la direzione dei suoi passi affrettati, volli provare a fissare bene i contorni di quel sorriso che poteva raccontare il senso di quei movimenti, ma non riuscii a tenerla abbastanza vicina alla mia attenzione, per poi vederla sparire al di là del finestrino.
Il mazzo di fiori era rimasto lì sul sedile del treno e oscillava alla sua corsa sui binari tremanti. Non c'era nessuno e decisi di prenderlo.
C'era una busta con un biglietto che accompagnava il mazzo. Lo aprii mosso dal desiderio di congiungere per qualche attimo i miei pensieri alla vita di quella donna. Non vi era scritto nulla, solo un breve tratto di penna che sembrava essersi fermato prima di tradurre un pensiero. Il foglietto era madido di un'umidità che aveva il sapore di un pianto lento, come un fiume che scorre, che scorre.

Quelle rose avevano un profumo consacrato da un'odore forte che  solo un'anima in rivolta poteva emanare. 
Qualunque storia quella donna recasse con sé, mi venne in mente una storia che annotai con brusco fervore per non perderla ancora come il mio sguardo disattento aveva fatto nel non riuscire a strapparla alla distanza del treno che scappava oltre la sua strada.
Erano anni che non scrivevo più. Erano secoli che avevo rinunciato a riconoscere un'anima qualunque ad ogni mio pensiero che annegava in un nichilismo arido. E quella figura sconosciuta dall'abito rosso, con un mistero infinito cucito intorno al suo viso aveva riacceso un senso di esistenza che sembrava inorridire ogni momento.
Quel vestito sembrava arricchirsi ed accendersi, e la storia partiva con un suono di campane che attendeva una sposa. Una sposa dal vestito rosso che stava per avvicinarsi ad un sagrato. Un rintocco, e dopo un altro, e la sposa decise di scappare lontano, lasciando sul sagrato i fiori di una promessa infranta.
La donna che nasceva aveva lo stesso sorriso di chi in quelle labbra posate come falce di luna nascente sull'orizzonte, decideva di non abdicare all'armistizio con l'esistenza. Decideva ancora di combattere, come un'eroina dei tempi andati di cui c'è traccia solo nella memorie delle stelle.
La vedevo scolpirsi come un alto rilievo che dava una forma all'immaginazione, mentre tutte le sue lacrime e gli abbandoni l'avevano confinata a sopportare una colpa da cui s'era sentita schiacciata. La paura di non essere stata abbastanza piena d'amore per tenere per sé tutte le assenze che adesso s'erano affollate innanzi alla sua casa, la sensazione di avere sempre zavorre ai propri sogni perché la realtà le aveva negato la speranza di essere indispensabile per la felicità del proprio mondo.
La paura di non essere mai abbastanza.
La voglia di dovere inseguire ogni giorno per tenerselo stretto, per non vederlo scappare lontano senza un saluto, mentre altrove si celebravano albe che lei poteva scorgere mentre s'addormentava dopo notti trascorse a rifugiarsi ogni volta a cucire la tela delle proprie speranze.

So che l'avrei amata, come si può amare perdutamente una tempesta che sconvolge ogni credo, ogni parametro, ogni segnaposto costruito nel tempo per affidare altrove il proprio equilibrio tutt'altro che solido. L'avrei amata come se ci si perdesse in una vasca senza fondo che impone di esser leggeri per poter continuare a respirare, lasciando che si sciolgano le strutture delle proprie maschere e ci si riconciliasse con la bellezza. Le parole stesse sembrano perdere i propri contorni per tremare anch'esse come quelle mani, e s'avvincono come eserciti depredati del loro impeto furente, per poi stendersi su campi sterminati e sentire nel vento e nel sole una pace senza rumori, ma solo un rosso profumo di vita.

venerdì 18 settembre 2015

La strada senza nome

Quelle strade avevano un sapore di gomma nuova, di lavori sempre in corso, di notti intrappolate nei labirinti della nebbia anche quando erano sequestrate coi sigilli del giorno.
La prima corsia per coloro che stanno per raggiungere casa, la seconda per coloro che la raggiungeranno con la pazienza delle lunghe distanze e della costanza, la terza corsia per quelli che scappano anche quando non sanno neppure da dove provengono.
Era la strada delle 19.30, quella dello svincolo che precede la telefonata per avvisare di poter preparare la cena. Quella che si consuma in fretta come l'alba di una domenica mattina di fine estate. La strada dei racconti e dei ragguagli sullo stato di salute di  tutti quelli che figurano accidentalmente tra i comprimari di questa morta storia,  la strada delle parole da giorni attese e conservate per essere spese tra quei limiti e quelle gallerie controllate da fari indiscreti.
Alle spalle la metropoli e le sue luci che spingono il cielo ancora più in alto, dinanzi le montagne in filigrana ricamate come toppe di mondo sul drappo madido e buio che non donosce bordi e confini. Abbiamo poco da mangiare domani, ma tanto siamo dieta, vero?
Se sbagliassi l'uscita le montagne cominceranno a sollevarsi sotto i nostri piedi senza che ce ne accorgiamo, ed un tuo urlo mi rimprovererà per la disattenzione, mettendo tutto in discussione.

Un sibilo sembra attraversare anche la strada più silenziosa che taglia un campo non illuminato prima del grande cancello che apparirà alla nostra sinistra.
Un sibilo ininterrotto che sembra irradiarsi da tutte quelle luci, che sembra portarsi dentro, come il cesto di un raccoglitore di cotone, tutte le voci che hanno riempito questi spazi intorno. 
Come un fumo impercettibile nella sua consistenza e negli odori si infonde e si raffredda senza che se ne rilevi traccia in quella normalità  così straniera e  imponderabile.
La mattina getta solo un po' di luce senza azzardarsi a rischiarare nulla fino in fondo. Sembra che le voci ristagnino arenandosi sulle dorsali dei monti a nord. Non è la nebbia dell'atmosfera o delle basse pressioni, o delle conche naturali ad abbassarsi. Sembrano le sospensioni di tutte le anime che popolano quella terra.

Un freddo che ti prende dentro alimentandosi da un chiasso indistinto, dove solo il suono della sua voce sembrava zittire l'urlo strozzato degli affanni a fine corsa, l'indispettito spiare del sole tra i nembi, e le stelle camuffate da aerei immobili come mosche indecise.

Volti sconosciuti che prendevano forma umana a partire da poltrone svuotate di senso, e vilipesi scheletri ricoperti di carne e abiti confezionati dai sarcofaghi dipinti dalla considerazioni altrui. Storie misere abbandonate su marciapiedi lerci ed appiccicosi, ed una calamita di misericordia su cui strisciano esistenze fragili che non riesco a sentire fraterne.

Sguardi rivolti ad altre convenevoli rive dove lasciar correre via una coscienza rachitizzate da camicie di forza cucite con schemi sociali tanto rigidi e acuminati dentro ai quali è così semplice smarrire se stessi.
Agende sgualcite a misura di tutte le cose, e i giudizi di un occhio opprimente in questa landa invisibile che sferza la terra ai confini del cielo.

Abbiamo attraversato insieme quello sciame di luci sibilanti e mi sembravi l'unica creatura vivente di quel cimitero di ghiaccio. Avevi un freddo permanente dentro che tentava di astrarti in quel quadro asfaltato senza nomi.
Corrono i palazzi intorno, i mega-store sulla Valassina, i negozi che ho impressi neimricordi sempre uguali, le insegne e le pubblicità e corrono in sogni dopati su circuiti rotanti su fulcri sbandati sganciati da ogni licenza di guida su queste piste senza punti di arrivo.
Sono al warm up di una vita che vorrei ripetere non appena giungerà alle mie latitudini un sibilo di quei cementi che sembrano piangere, e un sordo rombo sostituirà un tuono a quello sparo che non farà morti o feriti.
Ed una pioggia fresca e pura cancellerà tutto. Quei volti, quel silenzio bugiardo, quel vento stanco, quella nebbia mescolata al celeste opaco, quelle luci scialbe e scriteriate, sfondate come corpi svuotati in canopi bucati, cadaveri sciolti e annegati in un'aria immobile che accarezza con dolcezza e amore quelle strade senza nome.

sabato 29 agosto 2015

La natura

- E alla fine,  per colpa di questo cazzo di vento, la nostra gita alle Tremiti è saltata.

- Amore, ma sono appena 10 secondi di filmino e già hai sparato il primo "cazzo".

- Ahahahhaha, scusami, è la mia natura.

- Quando i nostri figli vedranno questo filmino, diranno: che madre scurrile abbiamo!

- Eh sì.

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Alcor, dovresti fare un film su questa cosa. Parti da queste parole, e poi dopo anni i suoi figli arrivano. Sei tu che non ci arriverai.

martedì 25 agosto 2015

Rendez-vous avec la vie

Lo avevo chiesto a gran voce di star lontani dalla folla.

Ma non mi si è voluto dare ascolto, e per fortuna adesso ci troviamo qui, in un locale deserto. Ancora è mal di testa... è da questa mattina che non oso rivolgere le mie attenzioni impure e peccaminose alla volta della nimesulide che da sfoggio di sé accattivante e ammiccante, benevola e accondiscendente, disponibile a estinguere le fitte emicraniche; spiandomi come fosse inopinatamente distratta oltre il vetro della credenza, seduta dinanzi alla collezione dei bicchieri di cristallo. Accanto al termometro, alle pillole per la pressione alta, e ad argentei cimeli rimembranti ricorrenze più o meno rapprese nel loro plumbeo tenore teologico-mondano.

Cavare un'idea che abbia una larvata coerenza, ed indi si faccia carico di un qualsivoglia messaggio tale da rimestarsi proficuamente in una pagina, oggi è difficile, Monsieur.

Anche scrivere la parola "difficile" costa fatica. La fatica di un'affannosa spulciata nella semiotica della propria ontologica identità. Perché quella parola è imprecisa, e come tale bugiarda. E scrivere falsità è per me una violenza che si assomma già alle scenette grottesche che la penna celebra per riderci su. Di gusto, su ciò che sempre più appare come una fumettata vicenda non seria, questa lunga passeggiata che costeggia gli anni. 

Non è, in punta di verità, "difficile", è solo che non mi riesce più di manipolarli altrimenti questi pensieri. Forse è soltanto "diverso". Ma io non so più scrivere, non come mi piace. E di colpi ne sto perdendo parecchi ultimamente, Monsieur. Forse tu comprenderai cosa vuol dire ridursi ad incipit conservati per scrupolo come frammenti di storie che non saranno mai compiuti. Che quando l'istinto narrante viene pompato da un orgasmico impulso lo devi consumare in fretta, giungere al nucleo della fiamma che ha infervorato l'istante, afferrarvi con slancio i volti e le parole ed inchiodare il flusso nella teca di un racconto.
Ma finché redigi la cornice, la storia s'è già sgualcita e non ne vale più la pena.

Compunta ovviamente di parole inadeguate. Perché quelle giuste sono come limiti che tendono all'infinito. Quell'infinito a cui rende giustizia solamente il silenzio. Quello che rende le proprie parole straniere e allo stesso tempo talmente personali da potersene disfare pressappoco con indifferenza. A prescindere da quanto possano essere care a chi ti è caro. Non riuscire a liberarsene vuol dire essere incompleti. Essere incompleti non è un problema.

Ne convieni? Considererei il silenzio come la più pura delle forme di comunicazione. Chiudere gli occhi e avvicinarsi, sentirsi adiacenti e restarsi accanto senza necessitare d'altro, e senza domandare oltre. Uno scambio che non depriva e non inganna.
Prendiamo qualcos'altro, Monsieur? Un'altra birra e qualche inezia recante in sé adipose conseguenze per accompagnare la discesa giù lungo l'esofago del biondo liquido amarognolo. Ricominciamo daccapo.
Anche se ho appena finito il solito drink, e ancora sto frantumando in bocca i piccoli cubetti di ghiaccio. 
Uno dei piccoli e irrinunciabili piaceri che fanno orripilare i detrattori dell'acqua corrente.
Con la lingua approfitto per dirigere un cubetto a coprire la gengiva sottostante il premolare inferiore collocato a destra del mio viso rispetto a chi mi guarda. Perché mi accorgo che duole un tantino, quando mi capita di pensarmi.

I miei dieci piccoli irrinunciabili piaceri: dei cubetti di ghiaccio s'è già accennato; giocare con i sacchetti di riso o di farina, affondando le dita in quella morbidezza elastica, tralasciando qui biasimabili similitudini; suonare come un automa l'arpeggio di Is there anybody out there?; fare gli origami con i biglietti già obliterati dell'autobus; conservare tutto il conservabile come testimonianza inoppugnabile che su questo pianeta ci ho davvero messo piede pure io; avere le mani umide e i capelli bagnati; gironzolare da solo e salutare le persone soltanto con un cenno del capo e sorridendo, per evitare di fare figure di merda nel non ricordare i nomi; scartare con evidente soddisfazione i pomodori da un mio qualunque piatto; avere la "finestra sempre aperta" anche fino a notte fonda; e infine gli indovinelli che capiscono in pochi, soprattutto quando si legge di corsa senza soffermarsi più di tanto.

Siamo venuti quaggiù in quattro, era come se fossimo in tre, e tali si è rimasti nonostante la successiva addizione di ulteriori vispi commensali. Monsieur che siedi alla mia destra, hai ordinato un piatto di patatine fritte che io di norma, non dovrei poter mangiare. Ne assaggio qualcuna ma non vi si cosparga il sale, sono comunque a dieta. Domattina so già che mi sveglierò tardi e non correrò. Ma la mia è solo una morbosa curiosità di testare la tenuta dei bronchioli carbonizzati durante le ultime due settimane, mi si consenta di preservarvi un'illusione ancora a riguardo.

L'altra sera dopo aver cenato fuori torno a casa in tutta fretta, sotto le gocce di pioggia che si perdevano nella moresca chioma spettinata anni '50, rinfrescandomi con la loro sorpresa posata, e fresca. Volevo comunque andare a letto presto.

Pensavo, Monsieur, che sto riscoprendo un particolare gusto per i liquori secchi.
I fulmini illuminavano il cielo a giorno, infiammando per improvvisi istanti i contorni delle nuvole che suturavano il cielo come un cranio sbriciolato ricostruito a botte di gesso e saratoga visto dall'interno. Era da molto tempo che non mi abbandonavo sul cuscino del letto con un libro che non presentasse figure simili agli effetti del tasso di cambio giapponese sulla delocalizzazione in Cina. 
E l'ho ritrovato dilettevole quella sera. 

Ma quando qualcuno vuole sfottere a denti stretti il quarto cazzone che ci portiamo insieme imbevendoci passivamente delle sue varicose vicende senza soluzione di continuità, e mi sussurra un decontestualizzato e canzonatorio "che culo...", mentre la mia mente scorrazza altrove, vien facile per me, nel rinsavire dal sonnambulismo incedente, esprimere un parere disgustato sul fondoschiena della signora in stato di pre-obesità che riempie il campo visivo a me innanzi. 
E scusami, cazzo, se poi ridestandomi dal sabbioso abbaglio, esterno con voce moderatamente media-udibile il mio punto di vista sul quid di cui sopra, tale da intercettare torvi sguardi sospettosi dal marito di questa che deve avere inteso qualche sciagurato decibel del mio sommesso proclama. 
Che tu parli per quel che hai in testa tu, ma io ti rispondo per quel che ho in testa io, per la miseria... 

Vale per tutti, più o meno consapevoli, che chi ci fa star bene e chi più o meno ci comprende non è  altro che la proiezione meglio riuscita di sè... guardare dentro al cuore  e avvicinarmi al suo mistero  non come quando io ragiono ma come quando respiro. Ma non diciamolo ogni volta, le espressioni reiterate ne rovinano il senso. Sarebbe bello scoprire una bella frase, tratteggiare un bel pensiero, e dimenticarlo dopo un po'. In quel momento avremo scoperto qualcosa di noi e l'avremmo consegnata all'eternità.

Mi prende una stranissima voglia di ballare come intorno ad un ripetuto picchiettare di un dito medio della mano sinistra sul MI bemolle di un pianoforte scordato. Battendo i passi al suolo come un bicchiere che si rompe comprensivo del contenuto, che non si è sorseggiato per incantarsi a guardare l'alone interno lasciato sul bicchiere da ogni oscillata nelle nostre mani inquiete e sincere. Più della calma dipinta come la ceramica intorno agli occhi.

Monsieur. Che cosa vuoi che ti racconti? Un'altra storia.

Stanotte ho sognato Adriana. Indossava una lunga veste bianca; avanzava lungo la spiaggia. Avevo come l'impressione che la mattina di quel giorno in sogno fosse venuto giù un acquazzone impietoso; io stavo seduto su una poltrona a sdraio e le ho fatto cenno col braccio. 
Ma lei ha continuato a camminare come se non si fosse accorta di me, guardando fissa in avanti, e quando mi è passata vicino mi ha investito una folata di aria gelida, come un alone che si portava dietro.

A volte una soluzione sembra plausibile solo sognando. Forse perchè la ragione è pavida, non riesce a riempire i vuoti tra le cose, a stabilire la completezza come un forma di semplicità.
Ma poi domani, o un altro giorno, sognerò che passerà di nuovo vicina al mare e acconsentirà al mio richiamo e si siederà vicino a me. Poserà le mani sulle gambe con un gesto lento e languido, pieno di sensi, e guardando il mare mi indicherà una vela o una nuvola, e riderà. Ed io continuerò a ridere, mentre la guarderò; rideremo insieme, come l'esserci trovati ad un appuntamento.

La vita è un appuntamento, lo so di dire una banalità, Monsieur. Solo che noi non sappiamo mai il quando, il chi, il come, il dove. Magari capita che il primo saluto avvenga per caso, ad esempio a  febbraio, e nel posto più sbagliato, ma che importa... 

Il diritto, il rovescio... l'estate. Non so se ci si trova in un punto perchè l'esperienza ti ha portato per mano fin lì, non so se è vero che dal passato si impara la lezione come un vaccino. A volte sì, lo penso e lo confermo, altre volte lo disprezzo insieme al fascio secco di tutti i princìpi fasulli; più sovente lo ignoro. 
E allora spesso uno pensa: se avessi detto questo anziché quello, se mi fossi svegliato un giorno prima, se non fossi mai andato a letto presto, se non avessi temuto, se mi fossi fidato di più... Forse sarebbe stato lo stesso. O forse non starei neanche qui a raccontare questa storia. E ogni tanto racconto di una certa soluzione che tuttavia ignoro a qualche amico, raramente, bevendo un bicchiere.

Un appuntamento e un viaggio, è la vita. Fatta di percorsi sulla crosta di questo pianeta, che a sua volta si muove, ma verso dove? Ti sembrerò maniaco, Monsieur. Però a quel tempo io ero fermo, un momento di stasi e il mio tempo ristagnava in un pozzo di accidia. Con quella tranquillità di quando non si è troppo giovani ma non si è ancora troppo adulti, e si aspetta semplicemente la vita.

Ed al posto della vita, venne Adriana.

Talvolta indifesa e interpretabile che pareva di leggerle in volto il carattere di tutti i suoi momenti. E poi era bella, certo, ma questa non era una sorpresa: ma quel giorno mi sembrò di una bellezza assoluta, perché lì capii che non esiste bellezza al mondo superiore alla bellezza di una donna, tu mi capisci Monsieur, e questo mi accese una specie di frenesia.

La strada dietro di me fuggiva, davanti a me si apriva, e io pensavo alla mia vita e alla mia accidia, e a tutto quello che mi era stato detto. Frasi più nitide man mano che si procede lontano alla radice dei ricordi, e stranamente più fragili e tremule nel risalire fino a quel momento. Quando le prima parole son cariche di mistero, di un voler spiare tra le fessure dei propri vissuti, sospinti da una curiosità che poi si evolve e scende giù portando alla luce i reperti più celati, confidenze meno infrangibili, sensazioni più acute. E sempre meno descrivibili con l'alfabeto.
Mentre le parole più prossime stentano ad aggrapparsi alla mensole della mente, e all'esigenza di lasciarsele propagare per giorni e giorni nella testa. Come se si comprendessero già senza il bisogno di doverle riprendere, rispolverare con cura e ricercarne tutti i sensi per star sicuri di essere davvero felici a giusta ragione. 

E sentii, quel giorno, una specie di vergogna per non aver mai provato niente di tutto questo fino ad allora. Fu proprio così, una specie di rimorso, come una consapevolezza di mediocrità o di codardia.
Come quando si ha la concreta sicurezza di aver sì corso per milioni di chilometri, ma in maniera lenta e accidiosa attraverso una strada lunga, e senza ricordare alcun paesaggio.

Ed ora viaggiavo, con questa vita, su un'altra strada che non importava dove mi avrebbe condotto, con la compagnia di una donna bella e distante che fuggiva non sapevo da cosa, o che evitava non sapevo cosa: era una corsa che mi vibrava dentro e intorno lungo una strada vuota in mezzo alla Francia.

Accostai la macchina e mi fermai. Mi volsi e stavo per dirglielo... Ma lei mi mise un dito sulle labbra, molto dolcemente, e mormorò: "non essere stupido". E restrinse le sue labbra in un bacio mai dato.

Nel luogo del nostro appuntamento c'era uno stabilimento balneare con una fila di poltrone a sdraio. Mi sedetti e mi misi a guardare il mare. Sentii il campanile che batteva le dieci, e poi le undici, e poi la mezzanotte, le ore si facevano giorni, i giorni si facevano mesi, ed i mesi diventavano tutta l'immensa attesa che non sarebbe mai bastata.

Ah, tu mi hai fatto bere troppo, Monsieur, però in quanto a bicchieri sei una buona compagnia. Non ho la giacca e fa freddo, e una sigaretta non riscalda. Sai, a volte, quando si è bevuto un po' la realtà si semplifica, non occorre sclerarsi a coniare nuovi idiomi per riconoscere quello che proviamo. Si saltano i vuoti fra le cose, tutto sembra combaciare e uno dice: "ci sono". Come nei sogni.

Attendere, quella vita che che non ha alcun appuntamento col dovere imperativo, e che tuttavia non scappa come un codardo che non lascia tracce di sè nel mondo intorno stimato come un magazzino immanente per saziare le proprie voglie, deprezzando e svuotando ogni senso. 
Come a non voler essere responsabili dei propri affetti, dei propri gesti, delle sensazioni e dei germogli che si innestano negli altrui cuori, indipendentemente dal più ignavo dei propositi. Salvaguardarsi non è essere egoisti, è viltà. L'egoismo naturale come un fiume è l'esserci sempre in svariate forme che non affollano l'esistenza di chi si attende, pur non essendole mai lontano. 
La retorica della viltà invece è merda.
Un ammutolito lungometraggio di incontri che a lungo andare assomiglia più che altro ad un reciproco masturbarsi. Una feroce razzìa al termine della quale sputarsi in faccia non suonerebbe neppure stonato.
Non sono né un santo né un moralista, detesto appena con una puntina di odio qualunque cosa renda la vita volgare, brutale e sporca. E che spogli la dignità del suo valore, lasciando qualche livido breve che porta ancora i segni della paura e dell'insensibilità.

Attendere, e ritornare ardentemente al mio sorriso che a tutto questo non vuol pensare.
Attendere, come un silenzio nelle notti di semi-veglia in controluce, con gli occhi stanchi e l'animo gioioso. Attendere, e percepire che anche il sonno è vita, e non riposo. Attendere, scagionando l'anima dalla paura di non meritare, di esservi capitati per un caso avulso dagli intenti. Attendere e non domandarsi alcun perché. 
Attendere, e sentire per chi non c'è, quasi una solitudine.

Andiamo a casa. Fa freddo, e mi gira la testa. La radio passa Aida di Rino Gaetano. Non c'entro assolutamente nulla con la maggior parte di questo teatrino di nuvolette. La sceneggiatura degli ultimi minuti appartiene già ad un film che non mi riguarda, i figuranti si predispongono per un ciak nel quale non siamo stati scritturati.
Scrivere... è una forma di presidio per i propri dilemmi e insieme l'esigenza di correre incontro. 
E devo andare a pisciare.

Ma a te interessano le storie altrui? Forse anche tu, Monsieur, devi essere incapace a riempire i vuoti fra le cose? Non ti sono sufficienti i propri sogni?

Adoro quando sorgono le amenità prodotte dai meandri della mia fulgida immaginazione.
Altresì spontaneamente da non esigere che si vada a sbirciarvi...
Ci vivo di questi scatti. 
Ma mi odio anche un po' per questa medesima ragione, quivi scanzonatamente narrata.

Le parole fanno danni

Ed io credo solo a quello che scrivo. E odio profondamente quello che dico.

sabato 22 agosto 2015

Anime bastarde

Mi appaiono come soldatini di gesso in attesa di un ordine per scrollarsi di dosso la polvere bianca e rianimarsi. Li sento mentre acquistano forma umana innervandosi attraverso le attese indirizzate a chi ha scelto di sposare il silenzio. 
Come bolle d'aria create da caotici flutti si ritagliano brevi circonferenze sulla superficie dell'acqua schivandosi l'un l'altra, cercando di catturare quel raro fotone radiante che possa filtrare l'abbaglio e selezionare tutti i colori della luce. Distribuendone con cupidigia le singole onde d'urto.
L'età aumenta la nostalgia di un'esistenza quasi sopportata, quella che da giovane avresti voluto capovolgere e riempire di tutto ciò che hanno potuto solo raccontarti, fagocitare le esperienze degli altri, adottarne i tremori, recitandone i conflitti non rimarginati, interpretando col proprio orizzonte affermato gli scherzi della sete e delle sbronze che non hanno neanche profuso alcun labile guizzo lungo tutti i tuoi giorni.

Quei giorni che si susseguivano come attese indirizzate a chi stava per ricacciare indietro il silenzio.

Quando erano bolle d'aria nel proprio stomaco, apnee gonfiate dal furore della libertà che le avrebbe ripulite fino all'ultimo atomo. I giorni di ieri e quelli di oggi si assomigliano, carta carbone di scarabocchi tracciati dal vile intromettersi di un bicchiere bastardo.
Manca quella rara cresta su tutta questa pesante normalità che riempiva di echi tutti gli anonimi attimi che facevano la fila per farsi rigurgitare dalle lancette che esultavano ad ogni proprio annientamento. Morti propizie di tempi transitivi a congiungere picchi di vita, confetti di memoria, canti sparsi come sirene dalla sinusoide sfibrata e zingara, con gonne ampie pronte a raccogliere le invasioni più bestiali e le gioie più scivolose dell'impero della mente.
E tutto questo sparisce portandosi via l'ammirazione verso i ricordi degli ospiti che presiedono quei minuti scippati da tutta quella immensa attesa che generava vita e sangue tra i vicoli ardenti delle proprie vene.
T'ho riconosciuta alle spalle di un sorriso di plastica esposto come vessillo di una presenza lontana proiettata da un fuoco volutamente nascosto. Straniera in un labirinto nella quale sembri esser caduta in un'età sedimentata sotto le orme ricalcate dai riflessi dei tuoi bicchieri.
Riflessi innanzi ai quali ti cali e ti spogli, lasciandoli attraversarti, trafiggerti e quasi sostarti dentro come lampi di pensiero senza fardelli di dubbio o fatiche di angosce.
Ripeti le parole del mondo con una cadenza insopportabile, ti agiti come un bambino che sta imparando a nuotare e sente ancora l'ostilità dell'acqua. Come una bolla d'aria generata dalle onde, che sa di dover sparire al prossimo vento, e tenta di imprimere quanta più esistenza possibile in quei giorni oscuri e confusi.
Come se il mondo non riuscisse ad accorgersi della tua imponenza, non sapesse come tradurre la tua immagine nella scena del tutto, le tue frasi si addensano in imperativi con architravi puntellati dalla colpevole innocenza di chi trema persino al peso di un braccio sospeso ed una sigaretta all'estremità più remota della mano.
Un'innocenza ripudiata, ma che giace intatta in una teca di vetro con le impronte dei troppi polpastrelli che hanno tentato di forzarla.
Ogni respiro è un sollievo da quel fardello.
Poi cala uno strano silenzio che chiude il sipario dalla tua bocca.
La paura sembra governare quei fragilissimi silenzi. La paura che il vento possa spirare talmente forte voltando le pagine del libro sospeso sulle tua mani, e possa riportarti a capitoli differenti da quelli su cui s'era arenata la tua voglia di interpretazione, e di nuovo da quel momento in poi, a disorientarsi in città invisibili. La paura di non trovarsi in alcuna delle immagini con cui s'è popolato il circo degli astanti che funambolano tra un menzogna e una sentenza.
Sembri spegnere con un mite rigetto quel crepitante ronzio, e per me sembri rivestirti di un'anima libera.

Indossi tutta la struggente bellezza della malinconia, di un'imperfezione che ha catturato un riflesso del caos, trasformandola in un miracolo che si alimenta ad ogni sguardo lanciato sul pavimento, assumendone luce e contorni per fiorire in un punto unico e singolo nell'intero universo.
Lascio questa notte, sperando che la corruzione della falsità del compromesso a cui siamo condannati non ti abbandoni, che continui a corroderti e a isolare dal resto degli alberi il tuo piccolo inerme fusto preda dei rovi in questa foresta minacciata dalle fiamme.
Che questo sapore acido sia come una cura, una placenta che preservi il frutto più dolce. E se anche la tua stessa memoria dovesse smarrire le chiavi della dispensa, lascia che da quella credenza di vetro traspaia un riflesso dal tuo malinconico sguardo. E la strada per coglierlo sarà solo un guizzo di luce senza parole drogate.